
Anche se mancano all’appello ancora un paio di pezzi, la sfacchinata fiorentina di Men’s Reverie, può dirsi praticamente conclusa e, credo, anche in maniera piuttosto positiva. Ovviamente rimane il rammarico di non essere riusciti a dare voce, ma soprattutto “immagini” a un sacco di aziende e labels che lo avrebbero certamente meritato, ma purtroppo, “i potenti mezzi” di chi vi scrive, di più non sono riusciti a fare.

Ancora qualche giorno per smaltire – si fa per dire – la pausa natalizia e poi di nuovo in moto. A cominciare da Pitti Immagine Uomo, edizione 81, settimana prossima. Di già.
Anche se il solo pensiero della consueta scarpinata fiorentina mi mette in agitazione, è tempo di mettere mano all’organizzazione della trasferta cercando di minimizzare, laddove possibile, distrazioni, dimenticanze, sviste e inciampi.

L’impressione è che questo rischi di essere l’ultimo pezzo per questo 2011 che volge al termine. Poche righe dunque per augurare a tutti quelli che hanno seguito – e magari anche letto – le tante, forse anche troppe, sciocchezze che sono riuscito a scrivere, delle buone e serene feste e, spero, un meritato periodo di riposo e tranquillità.

Tra i gli effetti assai poco collaterali che questa crisi sta producendo c’è da includere anche quello di un “forced reset” di molte consuetudini, pratiche e alcuni vizi che accomunano persone, storie, marchi.
Il retail legato all’abbigliamento multimarca, ad esempio, era già da tempo uno di quei settori in equilibrio precario ma, complice una stagione invernale il cui freddo morde poco e una “congiuntura” economica che continua a mordere eccome, quell’equilibrio rischia di saltare definitivamente, lasciando sul campo più di una vittima.

“Il potere è scivolato dalle mani dei cittadini ed è finito in quelle d’istituzioni di dubbia legittimità democratica, come il Consiglio europeo. I tecnocrati hanno messo a segno un colpo di stato silenzioso”. Non sono le considerazioni dell’ultima ora, di qualche leghista sul governo Monti. E neanche quelle di qualche euroscettico pessimista. No, a prendere con decisione la parola, è l’autorevole filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas.


Il 13 novembre 2011 è stato salutato da molti come un nuovo 25 Aprile. Ma se le dimissioni di Berlusconi e la fine del suo governo sono avvenimenti già iscritti nelle pagine della storia recente del Bel Paese, una “liberazione” da un certo modo di pensare e agire, da una certa politica, rissosa, urlata, volgare, arrogante, sembra ancora lontana dal realizzarsi.

Due tristi righe per dire che mi dispiace, e molto. Mi mancherà il visionario che con la sua Apple e la sua tenacia nel’immaginare e nel realizzare ciò in cui ha davvero creduto ha influenzato, e non poco, la mia vita professionale.

Sarà il periodo, saranno i postumi post pausa estiva, sarà l’età che non fa sconti ma sono sempre più – passatemi l’espressione molto poco educata e molto poco elegante - incazzato nero. In una di quelle pericolosissime fasi che, o implodono in uno stato mostruosamente zen di puro e algido distacco emotivo o invece esplodono in un crescendo pirotecnico di pura furia assassina.
Sono in tanti in questo periodo non particolarmente felice a cercare una qualche via d’uscita. Un’alternativa a un sistema che comincia a starci troppo stretto, a una finanza fatta d’indici e cifre che non contemplano più la realtà, a una burocrazia disonesta e meschina che frena ogni slancio creativo, alle ingiustizie, agli sprechi e ai disastri ambientali. Sempre più persone guardano con disincanto al proprio lavoro e a quello che fanno per vivere (o meglio sopravvivere) in questa società e s’interrogano se sia possibile liberarsi da una dipendenza dal consumo e su come vivere una vita magari migliore che lasci più spazio alle relazioni sociali e al tempo libero.

Milano, vivo e lavoro in questa città a cui, nonostante tutto, continuo a volere un gran bene, ma che purtroppo trovo sempre più sgradevole, sporca e brutta da vedere. È vero, sono tempi assai grami, e probabilmente le questioni legate ad aspetti squisitamente estetici o magari di cura delle aiuole non sono in cima alle priorità di nessuno. Resto però risolutamente convinto che una bella città, curata, piacevole da vedere, ricca di verde, ben servita e organizzata, facile da girare – magari a piedi o in bicicletta – sarebbe di grande conforto per tutti, a cominciare da chi, questo momento di pesanti ristrettezze, lo subisce con maggiore gravità.