Le proprietà intransitive della grande bellezza (sartoriale) italiana.

mar 07, 2014 | Filed Under Point of View, Style | Comment (1)

Finalmente un film italiano torna a vincere un Oscar. Interpretato magistralmente da Servillo, eccelle per direzione della fotografia, scenografie e soprattutto costumi curati da un’impeccabile Daniela Ciancio. Sono infatti tutti della celebre sartoria Attolini gli abiti del fantastico Jep, per un guardaroba su misura che, insieme alla città di Roma, può ritenersi di fatto l’altro “virtuale” vincitore di questo meritatissimo Oscar.

Enorme, quasi planetario ovviamente il ritorno di immagine per Attolini, ma si spera anche per tutto il comparto, in quanto nuovamente protagonista è il primato di una tradizione sartoriale sapiente e raffinata.

Peccato che raffinatezza e sapienza siano rigidamente confinate alla manifattura dei capi e che, non appena usciti dai “meravigliosi” tecnicismi di abiti, giacche e camicie per pochi eletti, il rimanente appaia – ahimé – alquanto imbarazzante. A partire dal modo di comunicare.

Non me ne vogliano gli Attolini, ma la collezione stagionale di una sartoria davvero raffinata, con una storia e una tradizione uniche e irripetibili, non merita certo di essere raccontata in un lookbook – sfogliabile sul loro sito – scattato in quel di Montecarlo tra un albergo stellato, un panfilo e un elicottero, di una banalità quasi urticante. L’effetto ottenuto, a tratti persino un po’ cafone, è difatti molto difficile da conciliare non solo con le atmosfere della Grande Bellezza e il carattere di una faccia alla Servillo, ma anche con un ideale di “disinvolta raffinatezza” che dovrebbe essere uno dei tratti distintivi di questa meravigliosa tradizione.

Per quanto paradossale e “unfortunate”, come direbbero gli anglosassoni, si tratta di una pratica piuttosto comune e consolidata, dove prodotti spesso davvero eccellenti vengono raccontati con una grossolanità e un’imperizia disarmanti. Rivelando a tratti, un imperdonabile – e purtroppo anche molto italica – presunzione.

E se per Attolini, visto il ritorno di immagine della Grande Bellezza, la preghiera è quella di affidarsi in futuro a professionisti più capaci, a chi invece l’Oscar non l’ha nemmeno visto da lontano – insomma tutti gli altri – è forse utile ricordare che la proprietà transitiva, in fatto di gusto e competenza, si applica solamente in rarissime occasioni. Perché, ad esempio, essere maestri nel confezionare un abito, non significa automaticamente esserlo nel raccontarlo. Anzi.

A dimostrarlo sono appunto gli innumerevoli lookbook – ma anche campagne – “alla Attolini” consultabili in rete e non, lontani anni luce dal trasmettere tradizioni, cultura, unicità, raffinatezza o gusto. E il fatto che la clientela di riferimento a cui poi ci rivolgiamo sia, spesso e volentieri, sprovvista proprio di quegli attributi non può – né deve… – ritenersi un’attenuante.

MensReverie-La_Grande_Bellezza_01MensReverie-La_Grande_Bellezza_02

Le proprietà intransitive della grande bellezza (sartoriale) italiana.
  • Marco T.

    Come ti capisco…bel post…