
















C’è un Giappone futurista e attratto dal nuovo, dove il passato diviene tramite per il domani. Poi c’è un Giappone radicato nella tradizione, in cui mani capaci e segnate dal tempo riportano in vita storie, modelli, particolarità. È questo il caso di Warehouse, label molto versatile e apprezzata, soprattutto per il proprio denim, sia da ‘heavy users’ estimatori del cimosato, del raw e del non prelavato, sia da chi cerca – e se le può permettere… – repliche “esatte” di esemplari storici.
Ci sono infatti voluti cura e pazienza, un grande know-how, sconfinati archivi d’epoca e soprattutto un tesoretto da investire negli antichi – e collaudati – macchinari, formidabili nel riprodurre fedelmente procedimenti, tagli, tinture. Solo così, dal 1995, possono (ri)nascere repliche esclusive di modelli vintage come la ‘White Label’ per Lee, ad esempio, più altri veri e propri pezzi di storia del denim, artigianali e ‘fatti come una volta’. Perché il denim Warehouse è sì caro come il fuoco, ma la qualità sembra giustificarne il prezzo e ‘attirare’ a sé altri grandi e piccoli brand, per numerose ed eclettiche collaborazioni – vedi quella con Heller’s Cafè, la label di Larry McKaughan – dove il vintage significa spesso rievocare tessuti, odori e sfumature di anni così lontani da sembrare incredibilmente vicini.


