













Il libro. Caleidoscopio di ispirazioni, custode della cultura, mentore del passato e cardine del presente. Anche Harland Miller, classe ’64 e originario dello Yorkshire, ne subisce costantemente quel fascino trasversale a epoche, opinioni, personalità.
Tutte le sue opere sono però intrise di uno humor inglese, irriverente e spesso spiazzante: perché l’artista – e scrittore – attinge dai grandi classici di autori come Edgar Allan Poe, Ernest Hemingway e F. Scott Fitzgerald, e ne rielabora le copertine variandone i titoli in chiave ironica – vedi ‘Dirty Northern Bastard’ e ‘I’m So Fucking Hard’ -, per (ri)pescare con forza dall’immaginario collettivo.
Protagonista è dunque la parola, sarcastica, nostalgica, sfacciata e capace di prendere vita nei colori cupi delle sue tele, dai tratti marcati che riconducono all’astrattismo americano e all’espressionismo tedesco. Ecco allora immagini ingigantite di autori, tratte dalla quarta di copertina, assumere la valenza di foto segnaletiche, criminali da sbattere in prima pagina. Tra i vari temi affrontati dall’arte di Miller poi, il ricordo è un altro fondamentale tassello, come nei suoi ‘libri d’arte’ – serie che ha iniziato nel 2001 – dove trae ispirazione dai ricordi legati alla famiglia, ovvero i libri editi da Penguin e tanto apprezzati dai suoi genitori. Spazio dunque alla nostalgia per un’epoca lontana e sempre più sbiadita, tra scritte confuse, macchie di caffè e i molti riferimenti critici alla società contemporanea. Per opere dal sapore a volte amaro, cariche di un vissuto altalenante e capaci di sedurre, attrarre e al contempo respingere. Proprio come la cultura, oggi.


