Qualche giorno fa, sulle pagine del blog “La nuvola del lavoro” del Corriere della Sera, Claudia Neri ha affrontato un tema interessante che nello specifico prende di mira il packaging (o meglio l’assenza di packaging) dei prodotti alimentari italiani, ma che in generale suona come un campanello d’allarme per l’immagine dell’intero Made in Italy all’estero.
L’articolo probabilmente ispirato ai dati delle ultime ricerche di mercato sulle esportazioni del settore alimentare che vedono altri Paesi - la Germania tra tutti - prevalere nettamente sull’Italia, ha ricevuto diversi commenti e apre diversi spunti di riflessione. La grande tradizione del design italiano e della comunicazione visiva, l’epoca in cui la cultura del progetto sposava quella delle grandi realtà industriali del nostro Paese sembra essere finita nei musei. Basta fare un giro alla mostra TDM5 in Triennale a Milano, per guardare con nostalgia a un passato che sembra lontano anni luce dalla realtà italiana dei nostri giorni.
All’estero sugli scaffali dei supermercati i prodotti italiani - anche di qualità eccelsa - si trovano a competere con i cloni stranieri, dei prodotti italian-fake dal “suono italiano” che, nonostante una qualità nettamente inferiore, riescono ad avere più mercato grazie a una comunicazione visiva e un packaging a passo con i tempi. “Dagli anni ’80 in Italia le grandi aziende italiane e le agenzie di pubblicità hanno stabilito che per vendere prodotti alimentari si deve utilizzare un’iconografia rassicurante e fumettosa, con immagini per adulti-bambini. Il consumatore italiano ormai sa quali sono i canoni e di più non chiede. […] La “shopping class” globalizzata ad esempio negli anni ha scoperto il gusto per la pulizia del minimalismo nelle confezioni. […] Purezza anche tipografica, niente ombre e sfumature. Packaging che fanno uso di fotografie belle per davvero.
[…] Sarà quindi colpa di complessi fattori macroeconomici se nei supermercati da Dubai a Filadelfia i prodotti italiani veri sono finiti sullo scaffale del food etnico, mentre quelli degli italian fake, fatturano (a nostro danno) ma di sicuro il packaging 1.0 non aiuta. Chissà che i recenti dati dell’export in questo settore convincano qualche azienda italiana che il mondo sarà pure globalizzato, ma il packaging nazional popolare post carosello, a differenza della cucina Made in Italy, non è esportabile”.
Un tema questo, che purtroppo non riguarda solo il settore alimentare, ma una parte consistente dell’intera cultura aziendale italiana. Basti pensare al settore della moda e dell’abbigliamento. La presunzione con cui si continua a sottovalutare l’importanza di una comunicazione visuale degna di questo nome è in moltissimi casi, imbarazzante. Packaging, siti web, contenuti, pubblicità, senza un minimo di cura, gusto, eleganza, e sensibilità una comunicazione tragicamente approssimativa, provinciale quando non addirittura autolesionista, sono ormai il biglietto da visita di molte – troppe – realtà italiane. È un argomento su cui ho già spesso detto – e brontolato – la mia, ma è davvero sconfortante constatare come ogni giorno risorse, tempo e mestiere vengano vanificate o zavorrate da inutili sciocchezze, e un’ignoranza disarmante.
L’immagine di apertura fa parte di un bel progetto di packaging curato da Fammilia
