













Brian Duffynasce a Londra nel 1933, da genitori irlandesi. Dopo un’adolescenza complicata, gli studi alla Saint Martins School e un primo lavoro da free-lance per Harper’s Bazaar, diventa presto l’eclettico fotografo che tutti – muore nel 2010 – ricordiamo con rispetto.
Duffy – membro della celebrata ‘Black Trinity’ con David Bailey e Terence Donovan – ha sempre saputo mettere se stesso al centro della passerella, insieme a modelle e celebrità, grazie a un talento provocatorio, quasi anarchico, accresciuto dalla Londra anni ’60. Una ‘Swinging London’ come mood di un’epoca, costruita scatto dopo scatto, tra i personaggi degli anni sessanta e settanta divenuti così vere e proprie icone: Sidney Poitier, The Shadows, The Hollies, Jane Birkin, Black Sabbath, Frankie Miller, Marianne Faithfull, Blondie, Debbie Harry, John Lennon, Paul McCartney, David Bowie – con il fulmine disegnato sul volto per la celeberrima copertina di Aladdin Sane -, Amanda Lear – nel discusso servizio per la rivista Nova -, Jean Shrimpton, Joanna Lumley, Michael Caine, Sidney Poitier o ancora William Burroughs, introducendo un innovativo stile documentaristico nella fotografia di moda. E quando nel 1979, Duffy è all’apice della carriera – che riprenderà solo per un breve periodo del 2009 -, lascia la fotografia nel modo più plateale possibile, cioè bruciando gran parte dei suoi lavori nel giardino dietro casa. È solo dopo anni di un’estenuante ricerca tra archivi e pubblicazioni internazionali che il figlio Chris riesce a recuperarne una parte. Nasce così ‘Duffy’, un’attesa retrospettiva con immagini spesso inedite, dove il fotografo inglese riusce a cogliere prima di tutto le personalità dei suoi soggetti, spogliandoli dei fronzoli come malizia o presunzione, e conferendo loro l’immortalità della fama. Del resto lui non ha mai perso tempo dietro a inutili ricami: “Per me fotografare è un incontro di boxe. Il match perfetto dura 11 secondi: uno per arrivare al centro del ring e dieci per tenere su le mani”.
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