Tra i gli effetti assai poco collaterali che questa crisi sta producendo c’è da includere anche quello di un “forced reset” di molte consuetudini, pratiche e alcuni vizi che accomunano persone, storie, marchi.
Il retail legato all’abbigliamento multimarca, ad esempio, era già da tempo uno di quei settori in equilibrio precario ma, complice una stagione invernale il cui freddo morde poco e una “congiuntura” economica che continua a mordere eccome, quell’equilibrio rischia di saltare definitivamente, lasciando sul campo più di una vittima.
Ormai per un numero crescente di negozi e boutiques si tratta quasi ed esclusivamente di sopravvivere, di cercare di superare la nottata, e la sensazione che molto, anzi quasi tutto, sia cambiato o stia per cambiare, che un’era sia definitivamente tramontata, è sempre, sempre più netta.
Da una parte la stretta dei grandi marchi che, senza sosta, mettono in campo propri flagship, tagliando così fuori la distribuzione più tradizionale. E dall’altra costi gestionali a dir poco proibitivi che, uniti alla sciagurata e crescente perdita di autorevolezza, competenza e affidabilità, “sfiniscono” questo retail. Tramutando il tutto in un business sempre più residuale e con poche, pochissime prospettive.
Forse è arrivato il momento di metterci il cuore in pace e prenderne atto. Con lucidità ed umiltà occorre tornare ad allargare competenze, orizzonti, ma soprattutto ripensare radicalmente un modello che di futuro, dalle nostre parti, sembra averne davvero poco. Magari ripartendo dalla base, magari costruendo nuove alleanze e mettendo insieme soggetti e realtà differenti, più fresche e innovative.
La ricerca, poi, altro cruccio. Occorre di certo tornare a farne – e tanta, direi -, per recuperare un minimo di autorevolezza e di conseguente influenza. Serve decisamente più preparazione e competenza, a cominciare dall’utilizzo – ormai indispensabile – della rete, dei tools digitali e di comunicazione. Serve più serietà, serve più cultura, serve più gusto, più creatività. In tutto. A partire dalle piccole cose. Perchè se è pur vero che di soldi ne circolano pochi, di idee e reputazione ultimamente, ahimè, ne girano ancora meno.
E se il retail nostrano piange, là fuori ci sono una valanga di piccole, medie aziende – ma forse anche qualche gigante dai piedi di argilla – che, avendo scelto di puntare ed investire solo ed esclusivamente su questo tipo di mercato – molto locale – e di distribuzione, faranno una fatica incredibile per cercare di restare ancora in piedi.
Quote di un mercato rigorosamente ed esclusivamente “nazionale”, prodotti spesso banali, indifferenziati, vecchiotti e dal gusto a volte molto, molto discutibile. E poi tanta, troppa presunzione, ignoranza, oltre a pratiche di marketing arcaiche, perlopiù amatoriali, se non del tutto inesistenti. Anche se, in fondo, fino a qualche tempo fa, un prodotto passabile, un prezzo competitivo e un agente in gamba, bastavano e in qualche caso avanzavano.
Purtroppo, per molti, questo momento non sarà una sveglia tardiva, ma un vero e proprio risveglio da un incubo. E non sarà di certo indolore, come non sarà affatto semplice trovare le energie, le risorse e la giusta lucidità per intraprendere nuove strade, affrontare mercati e scenari più ampi e complessi. Difficile sì, ma inevitabile. Perché oggi più che mai, rimanere sul mercato significa essere in grado di competere oltre i confini nazionali, in territori che spesso conosciamo poco e che richiedono – quando non pretendono -, caratteristiche e attributi di prodotto e di marca decisamente più sofisticati ed evoluti. Per quanto importante e pregevole, la qualità della manifattura – laddove sia ancora presente – del cosiddetto Made in Italy, da sola rischia di non bastare più. Soprattutto in un mercato che, fuori dai confini nazionali, è sì alla ricerca di buoni prodotti, ma anche di autenticità, di consistenza, di personalità.
Di storie accattivanti.
Storie che però, bisogna saper raccontare.
